Pubblicato il: 27 gen 2010

Nel ricordo della Shoah: la memoria rende liberi

Le prove di un crimine contro l’umanità:
male e bene a confronto

La memoria rende liberi

FUORI DALLE LORO PRIGIONI – Ricorre nel 2010 il decimo anniversario del giorno della memoria, riconosciuto con la legge 211 del 20 luglio 2000 dalla Repubblica italiana, che vide nel 27 gennaio la data che lascia aperta una finestra sulla Shoah: uno dei crimini commessi contro l’umanità, mentre infuriava la seconda tempesta bellica nel mondo. La data prescelta riconduce a quel lontano 27 gennaio del ’45, quando in Polonia i cancelli di Auschwitz, una delle celle all’aria aperta dove avvenivano le atrocità naziste, uno dei campi di sterminio più temuti, furono aperti davanti agli occhi attoniti dell’armata rossa. In quel momento si cominciava solo ad alzare il sipario sulle nefandezze oltre il filo spinato, ma non a dissipare le ombre che, per molto tempo ancora, avrebbero annebbiato la memoria agli ebrei deportati, sopravvissuti col corpo e non con l’anima, a tutti i deportati incapaci di raccontare, di assistere da spettatori a quel film dell’orrore di cui erano stati protagonisti. Ci sarebbero voluti ancora 20 anni per portare alla luce, fuori dalle prigioni della mente e di un’anima sfigurata, il ricordo di quel flagello della dignità umana.

CONTRO UN MALE INNEGABILE – Una delle minacce costanti, che insinua il dubbio per non tenere vivo il ricordo, proviene dai negazionisti, i quali, forti dell’assottigliamento sempre più grande del numero dei sopravvissuti, continuano a smentire quello spaventoso meccanismo di morte. L’ultimo tentativo di occultare la verità risale al mese scorso. Il 18 dicembre del 2009 viene profanato il campo della memoria, viene rubato il cartello recante l’iscrizione in tedesco «Arbeit Macht Frei» («Il lavoro rende liberi») posto all’ingresso di Auschwitz, simbolo di quel male che aveva corroso il mondo, mietendo vittime fra le razze definite impure, indegne di vivere secondo le diavolerie del regime nazista. «È un atto che equivale a una vera dichiarazione di guerra», ha detto Avner Shalev, il direttore del museo della Shoah a Gerusalemme. «Non sappiamo l’identità dei responsabili, ma presumo si tratti di neonazisti». La scritta fatta a pezzi, quasi per cancellare agli occhi del mondo quell’infame delitto, è stata ritrovata tre giorni dopo. Ma quel male è innegabile, nonostante il tentativo di distruggere ogni prova tangibile e ha una matrice sempre proficua, perché ogni forma maligna è pronta ad insinuarsi, a mettere radici in qualsiasi momento storico. Il giorno della memoria è un monito per non ricadere nell’oscurità, per capire fino a quando può spingersi il male se non si corre ai ripari in tempo, se si dimenticano gli orrori e gli errori, le aberrazioni di un passato che può sempre tornare.

L’ELITE DELL’UMANITÀ – Dove esiste il male, rivendica il diritto ad agire il suo antagonista buono. Cresce ogni anno il numero dei Giusti sulla collina di Yad Vashem a Gerusalemme, accanto al memoriale della Shoah, lungo un viale di alberi, dedicati a ciascun Giusto riconosciuto. Questo termine tratto dal passo della Bibbia: “chi salva una vita salva il mondo intero” è stato applicato per la prima volta in Israele a coloro che salvarono gli ebrei al tempo della furia nazista, diventando poi di diritto internazionale, esteso cioè a tutti quelli che hanno compiuto azioni umanitarie. Sono l’elite dell’umanità intera, nei tempi bui della storia: così parla Moshe Bejski, presidente della Commissione di Yad Vashem, egli stesso salvato da un giusto. Per trent’anni lui li ha cercati e ne ha trovati tanti in tutto il mondo, piantando un albero per ognuno, con una targhetta numerata che permettesse di distinguere la loro singolare storia. Dopo Gerusalemme esistono altri tre giardini dei giusti: l’ultimo è a Milano e il 5 maggio 2009, giornata commemorativa dei giusti di tutto il mondo, fu arricchito da altri 6 alberi fra cui quello in onore del primo arabo che durante l’occupazione nazista della Tunisia salvò numerose famiglie di ebrei.

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