Pubblicato il: 6 apr 2010

Leo Gullotta in scena con “Il piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello

Lo straordinario capolavoro pirandelliano
al Teatro Eliseo di Roma dal 6 al 18 aprile 2010

ROMA – Dopo il successo della passata stagione, torna a grande richiesta al Teatro Eliseo di Roma, dal 6 al 18 aprile 2010, “Il Piacere dell’Onestà” di Luigi Pirandello, con Leo Gullotta e la regia di Fabio Grossi. Un altro testo pirandelliano scelto da Gullotta, che già con “L’uomo, la bestia e la virtù” aveva ottenuto uno straordinario successo di critica e di pubblico, 95000 presenze in tutta Italia nei tre anni di tournée, e  la candidatura come miglior attore protagonista ai Premi Olimpici del Teatro 2008. La commedia affronta uno dei temi cari a Pirandello: l’onestà, una scelta ponderata e voluta da Leo Gullotta che porta in scena “Il piacere dell’onestà”. Il gruppo artistico è lo stesso del precedente spettacolo: il regista Fabio Grossi, lo scenografo e costumista Luigi Perego, Germano Mazzocchetti per le musiche, Valerio Tiberi per le luci. Accanto a Gullotta, nel ruolo di Angelo Baldovino, Martino Duane (Fabio Colli), Paolo Lorimer (Maurizio Setti), Mirella Mazzeranghi (Maddalena), Valentina Beotti (Agata Renni) e con Antonio Fermi (cameriere), Federico Mancini (Marchetto Fongi) e Vincenzo Versari (Il parroco di Santa Maria) ; la produzione dello spettacolo è del Teatro Eliseo.

“IL  PIACERE DELL’ONESTÀ” – Portata per la prima volta in scena il 27 novembre 1917 da Ruggero Ruggeri con la sua compagnia nel teatro Carignano di Torino, “Il Piacere dell’Onestà”, il cui disegno drammaturgico è tratto dalla novella Tirocinio del 1905, racconta di Angelo Baldovino, uomo fallito e di dubbia moralità, che accetta solo per il piacere dell’onestà di sposare Agata, ragazza di buona famiglia che aspetta un bambino da un uomo maritato, il rispettabile marchese Fabio Colli. “Onestà”, parola di grande effetto per il periodo in cui Pirandello concepì la sua opera, parola di lacerante contesto in questa nostra travagliata epoca, dove prodotti e momenti di vita vissuta vengono modificati in maniera cangiante e definente,  sull’orlo di un dramma che si pone di fronte all’eterno aut aut  di una società alla ricerca di un’equa liceità. Per questo la rappresentazione, elimina tutti quei termini che oggi giorno risulterebbero obsoleti e poco rapportabili ad una situazione di verità. Proprio questa verità, sarà il veicolo per comunicare quello che il pensiero pirandelliano ha voluto trasmettere nell’epoca del suo essere concepito. Nella visione pirandelliana, il nostro protagonista nell’indossare il costume dell’Onesto, adotta il colore del diverso, in una fauna di anime mostruose, e la condotta morale del Baldovino diventa da questo momento inattaccabile. Si chiude dentro la propria onestà sfidando convenzioni sociali ed egoismi personali. Il suo arrivo in questa famiglia, composta da involucri senza contenuto, sarà stridente fin dalla prima scena. Una casa, questa, dove l’apparire conta molto più dell’essere, non a caso le sue pareti vivono della trasparenza atta a mostrarsi come si pensa che gli altri desiderano.

Il VALORE DELL’ONESTÀ – Una società, immutata nei tempi, da quelli passati a quelli odierni, che ha paura della diversità, perché essere onesti significa essere diversi, e che fa del tutto per annichilire l’elemento considerato spurio con tutti i mezzi, anche quelli più perversi. Messo alle strette nella manovra estrema di farlo contravvenire alle proprie responsabilità, Angelo Baldovino  continua a mantenere intatta la propria “maschera” di uomo onesto, finendo così per mettere spietatamente a nudo la disonestà di tutti gli altri. Una pseudo legittima unione, quella che Pirandello usa per dimostrare come l’essere e l’apparire siano in realtà categorie senza alcun valore, frutto unicamente delle convenzioni e del conformismo della società. Come nel precedente lavoro del maestro agrigentino,  affrontato con Gullotta, “l’Uomo, la Bestia e la Virtù”, l’uso ideale della maschera per far fronte alle perbenistiche convenzioni di una società, si ripropone con forza. Così come approdato, il nostro protagonista se ne andrà, per l’unica strada legittima, una strada non usata dagli altri. Tutta la vicenda viene rappresentata come una gran bella favola, dove il “cattivo” prende su di sé l’immagine del buono e le anime dei così detti “per bene”  assumono l’espressione della bestialità.

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