James Cameron e la “marea nera”
Respinto l’aiuto del regista per fronteggiare il disastro ambientale nel Golfo del Messico
IN PRIMA LINEA – Lo avevamo lasciato agli inizi di aprile 2010 sulle rive del Rio Xingu, in Amazzonia, come Jake Sully di Avatar con la capo tribù Mo’at, a farsi segnare il volto di arancione dagli indios, riconoscenti per aver preso parte con loro alla lotta contro la diga di Belo Monte. E oggi, a più di un mese dal disastro ambientale causato dalla Deepwater Horizon nel Golfo del Messico, il regista canadese James Cameron scalpita per offrire il suo concreto aiuto per “tappare” l’angosciosa perdita di greggio, che a 1600 m di profondità, libera una media di 40 migliaia di barili di idrocarburi al giorno, minacciando le coste della Louisiana. Ma l’azienda responsabile del danno, la British Petroleum ha “gentilmente” risposto picche al regista di “The abyss”, “Titanic” e “Avatar” ritenendo di poter dispensare delle sofisticate apparecchiature messe a disposizione dal regista. Cameron, appassionato esploratore delle profondità oceaniche (basti pensare alle riprese del Titanic inabissatosi fino a 12.000 m) dispone di contatti nel settore in grado di fronteggiare profondità maggiori e di tecnologie esclusive. Ma al regista, impotente, non resta ora che vigilare sul disastro annunciato. Sul fronte dell’ allarme si schierano anche altre celebrities come Leonardo Di Caprio, Mario Fiore, Kevin Kostner e Spike Lee.
IL DISASTRO AMBIENTALE – Tra scuse, gaffe e improbabili rassicurazioni di distribuzione dei dividendi, la BP sta fronteggiando le ire dell’amministrazione Obama, pronta a richiedere all’azienda britannica un conto minimo di 70 milioni di dollari. Intanto i tecnici inglesi, nell’ operazione definita “cut and cup”, sembrano essere riusciti nell’intento di coprire il pozzo con un cupola di contenimento, e raccogliere la fuoriuscita al ritmo di mille barili al giorno. Quota proporzionalmente irrisoria se si pensa a quanto greggio è sversato costantemente. Si prepara una catastrofe ambientale superiore a quella della Exxon Valdez del 1989. L’America trema.











