Pubblicato il: 23 gen 2011

Google: cambio al vertice

Da sinistra a destra: Eric Schmidt, Larry Page e Sergey Brin

GOOGLE - La notizia, comunicata da Google, ha colto un po’ tutti di sorpresa: dal 4 aprile 2011, Eric Schmidt lascerà il ruolo di CEO al fondatore della società Larry Page per ricoprire la carica di presidente esecutivo. Si tratta di una svolta epocale giacché interrompe una gestione lunga dieci anni, nei quali Google ha letteralmente cambiato la storia di Internet. Basti pensare che quando Schmidt venne assunto come CEO nel 2001, Google era solo una piccola e promettente società privata totalmente basata sulla ricerca sul Web e senza un vero modello di business. A guidarla c’erano i suoi fondatori, Larry Page e Sergey Brin, due brillanti studenti laureati a Stanford ma con scarsa esperienza gestionale. Schmidt ha dato a Google quella che gli americani definiscono adult supervision, quella visione d’insieme del manager scafato che ha contribuito a trasformare la società in una delle più grandi e influenti aziende (pubbliche) del mondo. Giusto, ma allora perché cambiare? La motivazione ufficiale parla della necessità di semplificare il management aziendale e velocizzare il processo decisionale, ma sono in molti (me compreso) a pensare che questa sia più che altro una giustificazione di facciata.

COSA È SUCCESSO VERAMENTE? – I rapporti all’interno del triumvirato Schmidt-Page-Brin si sono forse incrinati? Difficile pensarlo, i tre sono talmente legati da essersi promessi fedeltà fino al 2024. E poi Schmidt rimarrà comunque in azienda e con un ruolo chiave, quello del responsabile delle partnership strategiche (l’altro co-fondatore della società, Sergey Brin, si occuperà dello sviluppo tecnologico). Più facile pensare alla volontà di trasmettere un cambiamento. Forse, fa notare il New York Times, c’era bisogno di dare un po’ di nuova energia a un gigante un po’ zoppo dopo il mancato acquisto di Groupon e i problemi con l’antitrust legati all’affare ITA. In fondo, dieci anni equivalgono a un secolo quando il tempo viene calcolato su Internet. E forse è proprio questo il momento di mandare un segnale al mercato. Lo stesso Schmidt, attraverso un tweet, chiosa sulla questione scrivendo che “la supervisione quotidiana di un adulto non è più necessaria”. Larry Page, in questo senso, rimane la scelta più sensata per ricoprire il ruolo che fu di Schmidt. In primo luogo perché è già stato CEO della grande G fra il 1998 e il 2001 (prima cioè dell’arrivo di Schmidt), in secondo luogo perché può essere quel viso fresco che serve a Mountain View per rilanciare la sua immagine anche dal punto di vista mediatico. Per quanto, fa notare argutamente Search Engine Land, finora si sia dimostrato un personaggio piuttosto timido, quasi invisibile.

LA STRATEGIA – Di certo, sulla decisione avrà pesato anche qualche considerazione di carattere strategico. Rimescolare le carte all’interno del triumvirato potrebbe legittimare un cambio di rotta nello sviluppo dei nuovi servizi. Steve Arnold, analista di ArnoldIT, sottolinea che Schmidt ha reso Google totalmente dipendente dalla pubblicità sul suo motore di ricerca, senza diversificare i flussi di reddito. E aggiunge che Google ha sempre più problemi a trattenere i dipendenti di talento, sempre più spesso attratti da Facebook e dale start-up più promettenti. Proprio la competizione con Facebook e con il mondo social rappresenta la sfida mai vinta da parte di Mountain View, che su questo versante ha inanellato un flop dietro l’altro. Una concorrenza che ora rischia di minare lo stesso terreno di Google, considerata l’aggressività mostrata da Facebook e Twitter sia in termini di pubblicità che di distribuzione di contenuti online. In questo senso, sottolinea l’analista di Gartner Allen Weiner, “la capacità di muoversi verso una strategia sociale più importante può arrivare più facilmente da un giovane CEO”. Larry Page in sostanza vuole essere il volto nuovo e più sociale di Google (per quanto sia in realtà il manager più anziano in termini di permanenza in azienda). Qualunque cosa accada nel futuro, scrive una delle più autorevoli firme di IDC, Al Hilwa, “c’è da augurarsi che Eric Schmidt continui a prendere parte alle decisioni più importanti della società”. Squadra che vince non si cambia, suggerisce un vecchio motto mutuato dal mondo sportivo. O, se proprio si deve, che si cambi di poco.

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