Pubblicato il: 19 apr 2011

“Canzoni di sangue” di Fatima Bhutto

È un libro da leggere centellinandolo quello di Fatima Bhutto, sia per apprezzarne la prosa e la capacità di descrivere icasticamente il vissuto della sua famiglia, sia perché è un libro denso, una sorta di manuale di storia narrato in prima persona. Necessita, pertanto, di essere digerito. Canzoni di sangue. Ricordi di una figlia di Fatima Bhutto è stato pubblicato recentemente in Italia da Garzanti. Per capire l’ampiezza del narrato, basta aprire le primissime pagine e scorrere l’albero genealogico dei Bhutto di Larkana, i protagonisti del libro: ci si trova dinanzi a nomi che anche il più distratto ha sentito nominare qualche volta.

Il libro, poi, va letto lentamente perché è un viaggio personale della scrittrice nella storia della sua famiglia e delle morti violente che l’hanno segnata (come leggiamo in sovraccoperta: “Mio nonno Zulfikar Ali Bhutto giustiziato nel 1979. Mio zio Shahnawaz Bhutto ucciso nel 1985. Mio padre Mir Murthaza Bhutto assassinato nel 1996. Mia zia Benazir Bhutto assassinata nel 2007”): non si deve correre il rischio, pertanto, di leggere le Canzoni di sangue con una sorta di pregiudizio o di precomprensione. Per poter apprezzare pienamente la lettura di queste pagine, ci si deve lasciar guidare per mano dalla scrittrice, Fatima Bhutto. Perché è nel suo mondo, nei suoi ricordi di figlia, che entriamo.

Quattro anni fa ho cominciato a ricostruire la vita di mio padre. Ho aperto polverosi scatoloni pieni di ritagli di giornale, lettere, diari e documenti ufficiali conservati e collezionati da vari membri della mia famiglia in più di quarant’anni. Ho ritrovato la sua vecchia cartella di scuola, conservata nella sua scatola originale, ho frugato nella memoria alla ricerca di nomi di amici e compagni di scuola […] Le ricerche sul passato di mio padre mi hanno portato in giro per tutto il Pakistan, dalla nostra casa di Karachi alle vette della Provincia di Frontiera e alle ricche pianure del Punjab. Sono stata in Europa e in America rincorrendo amori perduti e vecchie conoscenze, tutti connessi gra loro nella rete degli anni giovanili di mio padre […] È stato difficile circondarmi delle vite e degli scandali dei morti, immergermi fra i loro effetti personali e parlare con loro attraverso interlocutori che funzionavano un po’ da medium. Ho faticato a immaginare in questo modo persone che avevo conosciuto e amato come esseri umani indipendenti dalle mie reminiscenze. A volte questo lavoro da detective è stato doloroso e sconvolgente. Per me si è trattato di una ricerca scomoda ma necessaria. Una volta Milan Kundera ha detto che la lotta dei popoli contro il potere è la lotta della memoria contro la dimenticanza; questa è il mio viaggio nei ricordi.

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