CONDIVIDI
Riforma pensioni oggi 11 novembre 2017: età pensionabile, Ape, precoci, news governo sindacati, opzione donna

Riforma pensioni, le novità ad oggi 12 settembre 2017. Il ministro del Lavoro Giuliano Poletti ha garantito che dal 2019 cambierà il meccanismo di rivalutazione delle pensioni, così come previsto dall’accordo siglato l’anno scorso tra Governo e sindacati sulla fase due della previdenza sarà ripristinato il meccanismo previsto dalla legge di bilancio per il 2001 ovvero il recupero dell’inflazione per scaglioni. «Sarà fatto anche un lavoro di analisi e verifica anche sulla composizione del paniere che è alla base della rivalutazione delle pensioni», ha sottolineato Poletti. A occuparsene potrebbe essere un’apposita commissione mista, composta da ministero del Lavoro, sindacati, Inps, Istat e collegata a Eurostat.

Riforma pensioni e rivalutazioni, le novità in programma.

Come sottolinea Il Sole24Ore il recupero sarà pieno per la parte di pensione entro le tre volte il minimo per tutti, anche per coloro che possono contare su un importo molto superiore con un vantaggio rispetto ad oggi, soprattutto per gli assegni più alti. In caso di assegni che superino i 1.505 euro al mese ci sarà una rivalutazione parziale sulla base di altri due scaglioni. Intanto, la Corte infatti dovrà decidere sulla scelta del Governo di restituire ai pensionati cui era stata bloccata la rivalutazione per due anni (2012-2013) dal Salva Italia, solo il 12% della mancata perequazione (dando priorità agli assegni più bassi).

Dal 2019 è confermata la rivalutazione al 100% per gli assegni fino a tre volte il minimo; poi è prevista la rivalutazione al 90% per quelli tra tre e cinque volte il minimo (tra 1.500 e 2.500 euro al mese circa), mentre adesso sono previsti due scaglioni uno al 95% e uno al 75% tra le quattro e le cinque volte il minimo. L’ultima fascia, oltre le cinque volte il minimo, sarà rivalutata al 75% rispetto all’inflazione, una percentuale più alta di quella prevista fino al 2018 (il 50% tra cinque e sei volte il minimo, 45% per gli importi superiori a sei volte il minimo). Il meccanismo che ritorna in vigore nel 2019 salvaguarda per tutti il primo “pezzo” di pensione garantendo sui primi 1.500 euro la rivalutazione piena.

Pensioni anticipate, ape donna e ape volontaria, le ultime news ad oggi 12 settembre 2017.

L’ipotesi di un allentamento dei criteri di accesso all’APE sociale tramite la creazione di una versione rosa con uno sconto biennale sul requisito contributivo è ritenuta insufficiente dalle parti sociali, che puntano a realizzare una controproposta rivolta a tutta la platea di genere femminile. È quanto emerge dalle ultime dichiarazioni del Segretario Confederale Roberto Ghiselli e del Responsabile di pubblica previdenza Ezio Cigna in Cgil.

Per quel che attiene all’ape volontaria, invece, “è un’opportunità di anticipo pensionistico che i potenziali beneficiari avranno la possibilità di valutare sulla base dei propri personali calcoli di convenienza, che consente di accedere ad un reddito ponte dai 63 anni fino alla maturazione del requisito pensionistico. Dobbiamo però evidenziare, anche sul versante previdenziale, le iniquità presenti a danno del lavoro pubblico”, spiega Maurizio Petriccioli della Cisl, che evidenzia: “Rimangono le pesanti limitazioni previste per la liquidazione ai dipendenti pubblici del trattamento di fine servizio o del trattamento di fine rapporto la cui erogazione, peraltro in modo differito rispetto ai dipendenti del settore privato che l’ottengono al momento della cessazione del rapporto di lavoro, continuerà ad avvenire, in caso di accesso a Rita, al momento della maturazione degli ordinari requisiti pensionistici”.

Secondo Roberto Ghiselli, segretario confederale Cgil, l’Ape firmata da Gentiloni nel recente decreto «non è un anticipo di pensione, contrariamente a quanto affermato dalla sottosegretaria alla presidenza del Consiglio Boschi, ed è tutt’altro che operativa». Il sindacalista specifiche che si tratta infatti un mero «prestito bancario oneroso per i lavoratori, che dovrà essere restituito per intero con tanto di costi per interessi e garanzie assicurative». Non solo, secondo la Cgil questo ultimo strumento è tutt’altro che operativo da subito visto che mancano ancora gli accordi con banche e assicurazioni: «mancando ancora la registrazione della Corte dei Conti, la pubblicazione, la circolare Inps e, soprattutto, le convenzioni con il sistema bancario ed assicurativo, con tutte le insidie che ciò può nascondere soprattutto in termini di tassi d’interesse da applicare a carico dei lavoratori».

Riforma pensioni, assegno di garanzia per i giovani.

Sul fronte riforma pensioni, il Governo starebbe lavorando per prevedere un assegno pensionistico minimo di 650-680 euro, in modo da aumentare la cumulabilità tra la pensione sociale e contributiva. Il problema è che le pensioni medie non supereranno di molto quella cifra. È esemplare l’assegno di quiescenza destinato agli ultimi docenti neo-immessi in ruolo: secondo l’Ufficio Studi Anief, gli assunti dal 2015 in poi, con l’entrata a regime della riforma Monti-Fornero e della Buona Scuola, sono destinati a percepire un assegno mensile decurtato tra il 38% ed il 45% rispetto a chi ha lasciato il servizio sino a quell’anno. Di fatto, un docente che due anni fa percepiva una pensione di 1.500 euro, verosimilmente non solo lascerà il servizio a a 70 anni con 46 anni e mezzo di contributi versati, ma andrà a percepire una pensione collocata nella fascia 825 euro – 930 euro.

Riforma pensioni, le dichiarazioni di Marcello Pacifico (Anief-Cisal).

Sottolinea Marcello Pacifico (Anief-Cisal): “I giovani assunti dopo il 1996 hanno ricevuto dallo Stato un chiaro messaggio: dovranno lavorare per quasi tutta la vita, con la semi-certezza di andare in quiescenza con il 50% dell’ultimo stipendio. Secondo noi, quello che serve è un nuovo patto sociale e scorporare tutto quello che riguarda il welfare e gli ammortizzatori sociali del bilancio Inps, a cui lo Stato deve più di 20 miliardi di contributi figurativi. Al punto da generare un buco di bilancio che potrebbe mettere a rischio la stessa erogazione di pensioni e liquidazioni. La verità è che quello che Inps e Governo stanno preparando è un ‘piatto’ avvelenato. Il paradosso è che l’Esecutivo Gentiloni si vanta di operare a favore dei giovani, i quali dovrebbero ringraziare di lavorare per una vita a stipendi ridicoli e ritrovarsi in pensione con la metà dell’ultima busta paga”.

Nel frattempo, gli stipendi dei dipendenti pubblici, fermi da nove anni, sono stati divorati dall’inflazione e non saranno certo gli 85 euro medi lordi in arrivo, sempre se e quando arriveranno, a risollevarli: versando meno contributi, legati al potere stipendiale, è infatti evidente che la pensione non potrà che uscirne ancora più penalizzata. In termini pratici, significa che un docente che due anni fa oggi percepiva una pensione di 1.500 euro, verosimilmente non solo lascerà il servizio a a 70 anni suonati con 46 anni e mezzo di contributi versati, ma andrà a percepire una pensione collocata nella fascia 825 euro – 930 euro. E lo stesso vale per l’impiegato medio italiano. Se consideriamo che già oggi oltre il 40% dei pensionati percepisce un assegno di quiescenza che non supera le 1.000 euro al mese, il numero di cittadini italiani destinati a questo trattamento è pertanto destinato ad allargarsi a macchia d’olio. Pesa sfavorevolmente sulla pensione, quindi, il fatto che da 10 anni per i dipendenti pubblici è rimasta illegittimamente bloccata pure l’indennità di vacanza contrattuale, che avrebbe assicurato almeno la metà dell’adeguamento (motivo per cui l’Anief ha fatto ricorso). Come non potrà che aggravarsi la situazione anagrafica del corpo docente.

“Anche se il provvedimento, per ora soltanto annunciato, sembra essere destinato ai lavoratori inseriti nel pieno sistema contributivo e con contratti saltuari – dice Marcello Pacifico, presidente Anief e segretario confederale Cisal – per la prima volta i giovani assunti dopo il 1996 hanno ricevuto dallo Stato un chiaro messaggio: dovranno lavorare per quasi tutta la vita, con la semi-certezza di andare in quiescenza con il 50% dell’ultimo stipendio. Secondo noi, quello che serve è un nuovo patto sociale e scorporare, nel contempo, tutto quello che riguarda il welfare e gli ammortizzatori sociali del bilancio Inps, a cui lo Stato deve più di 20 miliardi di contributi figurativi. Al punto da generare un buco di bilancio che potrebbe mettere a rischio la stessa erogazione di pensioni e liquidazioni. Anche questo incide sulle loro pensioni irrisorie che sono sempre più in misura maggiore destinati a percepire. È questa la ricetta per salvare le nuove generazioni e garantire il turn over: le altre, sono solo palliativi a spese dei lavoratori”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Segui ContattoNews.it su Facebook