Pensioni e spesa previdenziale: le pensioni di reversibilità a rischio di tagli?

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Giuseppe Pennisi, già dirigente generale ai Ministeri del Bilancio e del Lavoro, consigliere del Cnel e docente presso l’Università Europea di Roma, ha messo in luce la possibilità che dopo la battaglia contro le cosiddette “pensioni d’oro”, si stia preparando una campagna “ancora più severa” nei confronti delle pensioni di reversibilità.

“Secondo quanto si mormora nei corridoi del ministero del Lavoro e dell’Inps, in futuro non lontano, ne potrebbero usufruire solo vedove, vedovi ed orfani il cui reddito è certificato dall’Isee (Indicatore Situazione Economica Equivalente) come molto basso. Ciò per meglio consentire di elargire il così detto reddito di cittadinanza”, ha dichiarato Pennisi su “Formiche.net”.

Pennisi ha precisato che i dati evidenziano che “la spesa previdenziale italiana non è fuori linea rispetto alla media dei Paesi Ue ed Ocse” e che “sono una risposta eloquente a chi vorrebbe ancora ridurre le prestazioni per vedove, vedovi ed orfani. Sono dati importanti anche ai fini delle valutazioni che farà la Corte Costituzionale sugli articoli della Legge di Bilancio 2019 che prevedono il raffreddamento (ed in numerosi casi il congelamento) dell’adeguamento dei trattamenti all’andamento dell’indice dei prezzi al consumo e che pongono sulle spalle di circa 30.000 pensionati l’onere di finanziare misure come il reddito di cittadinanza le cui prime valutazioni lasciano perplessi”.

Il bilancio del sistema previdenziale italiano

Secondo Pennisi “un’operazione verità” sulla situazione pensionistica italiana è stata fatta al Cnel da Pietro Gonella e Stefano Biasioli dell’Associazione di Promozione Sociale Leonida sulla base delle analisi nell’ultimo rapporto del Centro Studi Itinerari Previdenziali. Per Gonella e Biasioli  il problema italiano  non riguarda le pensioni di natura previdenziale, “il cui rapporto tra contributi pagati dalla produzione (lavoratori e datori di lavoro) e prestazioni è in equilibrio”, addirittura in attivo “se si considera la spesa pensionistica al netto delle imposte, pur considerando che la contribuzione del datore di lavoro e del lavoratore alla previdenza sociale non sono assoggettate a imposizione fiscale”.

Il nodo, per Pennisi, è la spesa assistenziale “che è aumentata in questi ultimi 11 anni di ben 43 miliardi l’anno in modo strutturale, riflettendosi negativamente sul debito pubblico. È necessario rivedere i sistemi contabili e le classificazioni della spesa sociale e di quella pensionistica, in particolare poiché sono proprio i risultati contabili che determinano le decisioni politiche e le valutazioni europee”.

“L’anagrafe generale dell’assistenza”

“È necessario fare l’”anagrafe generale dell’assistenza”, cioè la banca dati sull’assistenza dove confluiscono per codice e per nucleo familiare tutte le prestazioni erogate dallo Stato, dagli enti pubblici e dagli enti locali cui associare le prestazioni offerte dal settore privato, al fine di conoscere correttamente e completamente quanto ogni soggetto e ogni nucleo familiare percepisce dai vari soggetti erogatori e, come già avvenuto/riscontrato per il reddito di cittadinanza, non sarebbe da escludere un risparmio sui circa 130 miliardi di spesa a carico della fiscalità generale”, ha osservato Pennisi.